Piango per noi, che non abbiamo più grandi sogni, grandi utopie. Invidio tanto i nostri genitori ragazzi del maggio, nonostante tutte le cazzate che poi hanno combinato. Lo dico spesso, a mio padre: questo mondo che tanto disprezzi “o tempora, o mores”, è figlio deforme dei vostri sogni, della vostra azione, della vostra poca perseveranza. Lui mi guarda e dice che non è vero, che è stata la generazione successiva, quella che si presentava davanti la sua cattedra in jeans. Lui ed i colleghi del suo corso, invece, andavano a fare esami in giacca e cravatta. Il rispetto si mostra anche così, dice. Non ha completamente torto, a pensarci bene , anche se io sarei tentata di darglielo del tutto, ma non è questo il punto.
Io li vorrei, i grandi sogni. Quasi quanto vorrei riuscire a credere in Dio, o in me stessa, o stringere una coperta calda come Linus. Sarei meno spaurita.